Television meets Velvet Underground meets Pussy Galore, alla radice cubica e piazzando il pacchetto in una comoda e sciccosissima versione di supertendenza. Strano che il gruppo che ha capitalizzato più di tutti dal "ritorno del rock and roll", ammesso che di rock and roll si possa chiamare, sia stato accolto come erede di tendenze che in generale non hanno fatto molti soldi, ai tempi dell'uscita. Insomma, quanto ci dobbiamo credere alla componente "rock" degli Strokes? Domanda superflua, avete ragione. Il punto fondamentale della faccenda è che con tutto questo "corsi e ricorsi" nella storia del pop avrebbero dovuto fare successo la bassa fedeltà e quel genere di minimalismo vintage da sabato sera, tutto sommato. Ognuno ha la sua idea, ma se IO penso alla genesi ed allo sviluppo degli Strokes come gruppo, mi torna alla mente la descrizione del gruppo rock di Victor Ward in Glamorama (Bret Easton Ellis), con quella particolare dimensione ovattata da loft newyorchese che non si preoccupa minimamente di dove stia il mondo. Sono affari miei, e sicuramente accetto che in un'epoca dove i gruppi "importanti", specie in questo pretestuoso insieme di "nuove bands newyorchesi" che fanno tanto parlare di sé sembrano TUTTE uscite da uno dei peggiori incubi di Baudrillard -e fa parecchio tenerezza ritrovarli così osannati, anche se riconosciuti GIUSTAMENTE il patetico simulacro "postmoderno" di qualcos'altro che è esistito in precedenza senza scomodare troppi consensi, vedi Rapture e Interpol ad esempio- gli Strokes non sono né il peggio che ci possa capitare né tutto sommato il genere di gruppo che può mettere in difficoltà il mio karma. Tuttavia non smetterò mai di pensare che di tutto questo gran parlare di rock and roll, e buttiamo nel tritacarne pure White Stripes o Kills o Libertines, a prescindere dal valore di ognuno, il garage non ne beneficierà più di quanto Mike Ness abbia mai beneficiato dei Green Day. Con tutto il rispetto per i Green Day. Il punto è però che sarei in tremenda malafede se dicessi che Room On Fire è un brutto disco. Ammesso che sia questo il punto, intendo, Room On fire è esattamente identico a Is This It, dimostrando poca voglia di rischiare da parte di una band che per rischiare non ha mai avuto gli strumenti concettuali né una valida motivazione né il sostegno da parte dei fan. Room On Fire si fa ascoltare, e la seconda volta che lo metti sullo stereo non ti senti colpevole. Dubitiamo che qualcuno possa assennatamente definirlo un disco che cambierà qualcosa nel mondo, affermazione estendibile del resto al loro esordio, e di sicuro figurerà in poche playlist di fine anno, per capirci. Anzi, forse alla fine dell'anno l'unica cosa che rimarrà di Room On fire sarà qualche strascico in giro per i club e un ottimo regalo di natale per figlioletti brufolosi. Ma non si può dire lo stesso di cose molto più effimere ed osannate a spada tratta? Voglio dire, venerdì notte ho visto con i miei occhi una folla di ultraventenni urlare dalla gioia mentre il dj faceva partire Seven Nation Army (peggio ancora, canticchiarne il riff di chitarra come fosse un coro da stadio… avete mai sentito canticchiare il riff di Satisfaction come un coro da stadio?). C'è qualcosa di alienante in tutto questo, ma tutto sommato non è colpa degli Strokes. E non buttiamogli addosso a tutti i costi la croce di "bad music" solo perché il Nemico, o chi per lui, ha deciso di adottarla come colonna sonora per bombardare il nostro karma. Se l'avesse fatto qualche gruppo genere Stereo Total se ne sarebbero lodate la levità, il gusto e la prospettiva: non basta a mettere gli Strokes in lista per le già citate playlist, e certo non basta a stupirci. Ma… Francesco Farabegoli