THE STROKES Room On Fire * * * Vogliamo dircela tutta? Agli Strokes non manca nulla o quasi per stare sull’anima a chiunque: bellocci con facce da schiaffi, figli di una New York molto cosmopolita e molto, molto abbiente, si sono ritrovati su più di una copertina prima ancora di fare un album e quando quell’album è uscito si sono visti incensati ben oltre i limiti della decenza, siccome Is This It ha si buone canzoni ma è un capolavoro soltanto se non si tiene conto, ad esempio, che sono esistiti tali Velvet Underground. Disco che per tutta la sua durata si perita di non farcelo dimenticare mai. Nei due anni trascorsi da quando è stato pubblicato, la fighettina ghenga ha procurato di rendersi ancora più simpatica con una presenza costante in area gossip, un paio dei suoi componenti accoppiati a modelle da far girare la testa. Detestabili per vocazione, li si aspettava al varco del “difficile secondo album” con le pistole spianate.Tocca abbassarle e rimettere la sicura. Neppure Room On Fire è esattamente una pietra miliare, neppure Room On Fire fa ascoltare cose che non si siano già sentite un numero incalcolabile di volte (ma gli White Stripes allora??) : nondimeno, vi si coglie una convinzione che toglie definitivamente il dubbio di trovarsi davanti un gruppo costruito e indizi di crescita sono chiaramente rilevabili in una scrittura che insieme guadagna, in qualche strano modo, in compattezza e varietà di ispirazione, pur smarrendo nel contempo per la via un po’ di orecchiabilità. La canzone che già si sente parecchio in giro è 12:51 : pensatela come una variante Modern Lovers prima maniera dei Cars seconda maniera . Insomma: pop’n’roll che non si sa se applaudire, saltellare o cantare a squarciagola. Ce n’è giusto un’altra al pari immediata, Between Love & Hate, ma è come ascoltare degli Oasis più incazzosi e quindi non proprio un’esperienza indimenticabile. Si fanno apprezzare maggiormente, man mano che gli ascolti si susseguono, il basso rotolante e le chitarre affilate di Reptilia, le venature psycho di You Talk Way Too Much, il romanticismo di Under Control e l’esuberanza di I Can’t Win. Si fa apprezzare un’arietta di sano menefreghismo rock’n’roll che pare genuina, non artefatta. Cose se gli Strokes non si fossero curati troppo nel rifinire brani dalla durata media di tre minuti sicché, essendo undici, il disco si esaurisce in trentatré minuti e una manciata di secondi. Anche in questo roba di altri tempi, e non è un male. Eddy Cilìa