E’il 15 Luglio. Un dannatissimo sole ti da il benvenuto al Parco della Pellerina. Insieme a degli individui in divisa che raccolgono bottiglie vuote, briciole che una volta dovevano essere panini, coriandoli che una volta dovevano contenere panini, immondizia che doveva essere un parco. Ma è lo spirito “rock n roll”, e io ci passo sopra. Sono le undici di mattina qui a Torino, e faccio parte di quele cinque, sei, ok, facciamo dieci, persone che da quell’ora aspetteranno i cinque ragazzotti Newyorkesi (gli Strokes, andiamo sapete di chi parlo..) noncuranti del caldo, della sete, delle zanzare, della persistente scomodità e dei lividi post Franz Ferdinand. Sapete, detto così fa anche figo. Fatelo se volete qualcosa da raccontare per i vostri nipoti. L’aspetto positivo di questa sorta di punizione molto, molto stancante è che conosci un sacco di gente, e almeno ti convinci di non essere la sola pazza nel mondo. Sei di casa, e puoi goderti scene come la vecchietta in costume fluorescente che si incazza perché ha il cane cardiopatico e no, no, il soundcheck non può avere questo volume così alto. Decisamente rock n roll. Alle 14 cominci a chiederti “Ma chi me l’ha fatto fare? No, seriamente. Ho l’abbronzatura da camionista, sto mangiando un orribile panino grondante maionese e mi fa maledettamente caldo..”. Sorvola, Ilaria, sorvola. Pensare ti fa male e non sei qui da sei ore per farti fregare la prima fila. Sapete, la cosa più divertente di quel pomeriggio è stata la corsa alla prima fila: divisi in due parti, sguardi in cagnesco, degno sfondo per un film di Morricone. E’un “tutti contro tutti”. C’è persino la falsa partenza, e tu non vorresti crederci e dici “No, seriamente, perché sono qui? In fondo è ok anche la decima fila, magari oggi Julian canta pure di merda. Magari non ci tengo nemmeno tanto..”. Bum. Mi ritrovo dietro una transenna, prima fila, centrale, “Oh, cacchio.. ce l’ho fatta?” E i tuoi unici pensieri per le successive quattro ore sono, nell’ordine: a)Strokes; b)Strokes; c)Strokes; d)Strokes; e)cazzo, ho sete! E la security ti dice che non hanno acqua (due casse per.. uhm .. 30mila persone? Buona media!) e tu pensi: a)Ho sete; b)Se non mi fate un concerto con gli attributi vi farò pentire di avermi fatta sudare e soffrire per quattro ore su questa maledetta transenna; c)Ho sete; d)Il supporto no, davvero, non posso reggerlo ora.. E poi pensi che è una fortuna che tua sorella non apprezzi in maniera così maniacale gli Strokes perché altrimenti saresti morta di sete. Sono le 23 e collaudi la tua presa alla transenna perché sai che per te vale la frase “No transenna, no party!” nel senso che il pogo ti ucciderà giovane. E poi salgono sul palco e li guardi e pensi che, si, tutte quelle ore di attesa le valgono almeno per metà solo guardandoli. L’altra metà sarà compensata con un eventuale bel concerto. Dico solo bello, non memorabile. Preghi perché qualcuna delle tue preferite ci sia, poi ti dici che almeno Someday e Last Nite sono intoccabili. E così è. Someday e Last Nite urlate fino a consumarmi la voce, forze e saliva (ho sete!), su Hard to explain c’è un crollo emozionale non indifferente e, boh, pensi che li hai proprio visti crescere. Potrebbero essere tutti miei fratelloni ma li ho visti crescere, e.. si, ci sono anche affezionata se me lo chiedete. Sul solo di “Vision of division” vorresti chiedere ad Albert dove cavolo sia stato nascosto in tutti questi anni? E ti fa anche tenerezza Nick, che abbandona la sua Gibson in “Ask me anything” e la sua aria da “bello e impossibile” per assumere quella da “ragazzino delle medie al saggio di musica”. Sempre impossibile. Chiaro. Aspetti il momento di gloria di Fab, perché siamo in Italia e qui è rito e ti unisci al coro di “Fa – bri – zio! Fa – bri – zio!” resistendo alla tentazione di mollargli una proposta di matrimonio lì, sul palco. Persino Nikolai ha il suo momento di gloria racchiuso in uno “Yo Nikolai”. Citazione colta. Magari non l’hanno capita. Chissenefrega. Parlando di Julian si sprecherebbero parole, quel che conta è che non ha cantato di merda (sarà che il 90% del tempo è stato coperto dal coro di 30mila voci? Chissenefrega.) aveva la sua solita aria da “figo per sbaglio” e non ha fatto la mummia. Perché in fondo sono dei ragazzini, spontanei come potrebbe esserlo il tuo compagno di stanza dell’università. Il tuo compagno che ama i Velvet Underground. Take it or leave it. Eh si siamo proprio alla fine, prendi coraggio, sorseggi dell’acqua e canti tutto quello che ti ricordi. Un’ora dopo ti mancano già, non sai che impressione gli ha dato l’Italia ma non te ne frega niente nemmeno di questo. riesci solo a dire “Che figata!” in continuazione, da adolescente quale sei. Speri non cambino mai perché così sono perfetti e ti chiedi se in autunno torneranno. Ti autoconvinci di si e mentalmente sei già lì. Prima fila. Solita attesa.